Se dovessimo prendere seriamente in considerazione quel brav’uomo di Darwin, dovremmo pensare che prima o poi toccherà anche all’uomo estinguersi. Non ha la validità di una verità matematica, ma, a ben vedere, non esiste specie che abbia il dono dell’eternità terrena. Certo, la nostra specie si chiama “Uomo”: il re dell’universo o almeno il signore della Terra, siamo figli di Dio, Lui non potrà lasciarci a piedi.
Ce la stiamo mettendo tutta per combinare guai. Molti scienziati sono diventati “terroristi”, sono arrivati a dire che se continuiamo così con il CO2 il pianeta andrà arrosto. Ma Siamo ferventi ecologisti, desideriamo salvare ogni specie animale in odore di estinzione, invochiamo il protocollo di Kioto, ci scagliamo idealmente contro ogni azione che altera l’ambiente, scriviamo pagine e pagine sulle azioni da compiere per conservare il pianeta nelle condizioni in cui ci è stato consegnato. La coscienza del degrado alimenta un impegno ideale di protezione dell’ambiente. Il risultato dell’impegno è disastroso: molto più conseguenza delle leggi del mercato che del fervore ideale con cui sosteniamo le azioni che dovremmo compiere. E poi “non è scritto” che l’uomo debba conservare il pianeta cosi com’è e realizzare il proprio evolvere salvaguardando l’esistenza delle altre forme viventi. Non è scritto nell’etica che, se esistesse, dovrebbe decidere quali risoluzioni la scienza deve perseguire e quali no, non è scritto nei comandamenti di un dio cangiante e legato alla civiltà che lo sponsorizza, non nei principi di una morale che ingloba ogni valore che possa favorire la crescita del PIL, ma soprattutto, non è scritto nelle regole del “libero mercato globale”.
Un virus occupa la cellula che gli consente di riprodursi. Il vento fa planare gli uccelli, l’acqua si riempie di pesci, che saranno preda di uccelli e orsi. Un tronco che rotola lungo un pendio fa nascere la ruota e qualche tempo dopo le autostrade. L’uomo scava gallerie, strappa le foreste e al loro posto costruisce grattacieli. Una storia infinita, eventi che raccontano il percorso dell’evoluzione, mentre la natura è sempre più marginale rispetto ai comportamenti umani, la visione che l’uomo ha della natura la rende perversa e nemica. La capacità di giudizio è offuscata. La specie uomo non fa più parte di “quella natura”. Ora il problema è una lotta contro il tempo: la specie uomo, con l’aiuto della tecnoscienza, riuscirà fare a meno degli alberi, di acqua e aria pulita, di un clima idoneo, della biodiversità, prima che avvenga la propria catastrofe?
Ma conservare il pianeta nelle condizioni in cui una generazione lo riceve è una mistificazione che nega il concetto di evoluzione, se avvenisse per il tempo di trenta generazioni precipiteremmo nella preistoria, per sessanta, ci estingueremmo. Dobbiamo trovare qualcosa di meglio per attenuare i sensi di colpa.
Sai che facciamo? Organizziamo periodicamente un summit ecologico, riuniamo i big del pianeta, diamo loro qualche numero su cui ragionare e attendiamo fiduciosi che risolvano i problemi. E’ ciò che sta accadendo in questi giorni a Copenaghen nella conferenza sul clima del pianeta, ci sono tutti: inquinatori storici, quelli che hanno iniziato da poco e quelli che non vedono l’ora di iniziare. Dopo molti “distinguo” avremo la stesura di un nuovo protocollo che impegnerà tutti i partecipanti e che nessuno (o quasi) metterà in pratica. Saranno stabiliti i compensi che i paesi ricchi dovranno versare ai paesi in via di sviluppo affinché questi rinuncino ad inquinare. I compensi si perderanno per strada e fra cinque anni ci sarà un altro bel summit ecologico dove si riproporrà il problema. Di cinque anni in cinque anni la terra finirà arrosto. Un povero cristo come me pensa che o ci stanno prendendo per i fondelli o i big sono microcefali o in mala fede. In ogni summit ecologico c’è un convitato di pietra che si aggira tra i big e ne detta il comportamento. Il convitato è il “libero mercato globale”, il quale persegue un modello di sviluppo che non può contenere regolamenti restrittivi al modello di sviluppo universalmente accettato. Non a caso a margine del summit sono presenti i nomi che contano dell’imprenditoria mondiale, con la funzione di bacchettare eventuali incoscienti che propongano limitazioni al “libero mercato globale”. Il PIL prima di tutto.
Vuoi vedere che quel brav’uomo di Darwin aveva ragione? A furia di pensare al PIL, ci sono buone probabilità che la specie uomo non disporrà più delle risorse necessarie per adattarsi ai cambiamenti che essa stessa produce nell’ambiente.
Il contributo che il governo italiano sta portando al summit di Copenaghen è inesistente, il suo capo ha problemi personali più importanti da risolvere, il clima del pianeta è irrilevante.
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